Siccome sono davvero triste e stufo di vedere amici fumare (e di sapere che i miei, nel senso di genitori, continuano imperterriti), e dato che ormai credo sia inutile parlare dei danni del fumo sulla salute propria e degli altri, perche' a quanto pare e' argomento che non tocca piu' di tanto (vedi anche le ipocrite "scritte di avviso" sui pacchetti di sigarette), vorrei portare alla luce un altro aspetto del consumo di tabacco.
Molte persone fumano sigarette anche sapendo che sono state e sono tutt'ora testate su animali. Alcuni sono felici di fumare marche che parrebbe non testino. Su forum stranieri ho persino letto che in alcune sigarette c'e' anche cera d'api... mah! In ogni caso abbiamo poi chi e' arrivato ad un passo ulteriore, fumando solo (o quasi) sigarette autoprodotte con tabacco e cartine...
Che dire, allora, del tabacco stesso? Un amico di recente mi ha detto "questo e' un vizio a cui non sono disposto a rinunciare"... ma... possiamo parlare di "vizi" quando c'e' in gioco la salute (in tanti sensi) del pianeta e dei propri abitanti?
Lascio la parola ad alcuni articoli di Marinella Correggia in proposito.
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da "il manifesto" del 05 Giugno 2004
Riconversione del tabacco, in Kerala
Tipico prodotto disutile, il tabacco. Secondo la Convenzione quadro sul controllo del tabacco (Fctc), approvata nel maggio 2003 dall'Assemblea mondiale sulla salute - l'organo di governo dell'Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) - e ora in attesa delle 40 ratifiche di prassi, questa pianta dovrebbe essere ovunque al centro di progetti per la riconversione produttiva e occupazionale, insieme a parallele azioni di freno alla domanda. Certo, la filiera del tabacco occupa lavoratori, dal campo all'industria al commercio, tanto nel Nord e nel Sud del mondo. Ma il prezzo - perfino strettamente economico - pagato dalla collettività è alto: cinque milioni di morti all'anno nel mondo per il fumo attivo e passivo, oltre ai malati che il servizio sanitario nazionale dei paesi impoveriti non può permettersi di curare e che nei paesi più abbienti gravano sulla spesa pubblica in misura maggiore degli introiti da tasse sulle sigarette. I danni non si limitano ai consumatori e all'erario pubblico. Le prospettive più nefaste riguardano il Sud del mondo. dove puntano le multinazionali del tabacco, soprattutto statunitensi e britanniche; in testa a tutte Philip Morris-Altria, padrona del marchio Marlboro e generosa finanziatrice elettorale di George W. Bush.
Nel testo Tabacco and poverty, l'organizzazione canadese Path ha raccolto una serie di testimonianze e ricerche sull'impatto del tabacco in India e Bangladesh. Impatto sull'ambiente: ad esempio il 30% della deforestazione bengalese è legato all'espansione della frontiera produttiva del tabacco; lo State Department of Science and Technology nello stato indiano del Karnataka ha calcolato che ogni anno 120.000 tonnellate di legna da ardere è usata per trattare le foglie raccolte. I pesanti fitofarmaci utilizzati su questa monocoltura, poi, minano la salute dei contadini e braccianti. Mangala, una donna indiana che per 15 anni ha lavorato nelle varie fasi della filiera, si è rovinata a tal punto la salute che ha smesso; all'intervistatore che chiedeva se avrebbe ripreso, ha risposto: "Nemmeno per cento rupie al giorno. Ero quasi morta, è come se avessi una seconda vita e non voglio buttarla via".
Diversi studi sul campo hanno inoltre verificato che, considerando il rapporto costi-ricavi, coltivare tabacco non è poi così redditizio; in Bangladesh ad esempio il distretto a maggiore concentrazione di questa coltura è anche tuttora il più povero. La ricchezza, evidentemente, emigra altrove. Ma spesso è difficile rinunciare alle commesse delle multinazionali, in mancanza di alternative. Allora è incoraggiante sapere che una grande cooperativa del Kerala, nell'India meridionale, sta tentando con successo la strada della riconversione. La Kerala Dinesh Bidi Workers' Central Cooperative Society Ltd nacque nel 1967 per organizzare i produttori di sigarette tradizionali (bidi), lavoratori a domicilio, in precedenza sfruttati dai grossisti a tal punto da essere costretti a far lavorare anche i bambini più piccoli. La cooperativa arrivò ad avere 25mila produttori delle famose sigarettine arrotolate nelle foglie. Ma qualche anno fa, ecco la crisi: i giovani che si affacciano al fumo preferiscono le sigarette moderne in virtù della martellante pubblicità. E il divieto di fumare nei locali pubblici imposto dall'Alta corte di giustizia del Kerala ha determinato una certa contrazione nei consumi. Allora la Kerala Dinesh ha cercato la strada della diversificazione produttiva e nuove attività sono iniziate, coinvolgendo un certo numero di arrotolatori di bidi che oltretutto così sono passati da un lavoro pagato a cottimo a uno pagato mensilmente (inoltre, si tratta di lavori adatti anche ai non più giovani, per i quali arrotolare sigarette è troppo faticoso per gli occhi e per la schiena). Dinesh Foods ora produce e commercializza latte di cocco, polvere di spezie, confetture e succhi locali. Dinesh Umbrella produce 16 varietà di ombrelli (in Kerala piove abbastanza, anche se le precipitazioni sono diminuite negli ultimi anni). Dinesh Information Systems si è lanciata nel software. La riconversione della filiera tabacco è dunque possibile.
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da "il manifesto" del 02 Aprile 2002
Il tabacco fa male a chi lo coltiva
Il tabacco non fa solo male a chi lo consuma e a chi ne respira il fumo ma anche a chi lo coltiva. Il contadino brasiliano José Wandereli da Silva, di 32 anni, ha intentato una causa contro uno dei giganti del fumo legale, la British american tobacco (Bat). José ritiene di aver contratto una patologia permanente lavorando nei campi di tabacco sotto contratto con la Souza Cruz, che appartiene alla Bat per il 74 per cento e acquista le foglie da 45 mila piccoli agricoltori brasiliani, i quali destinano alla pianta in media due ettari. José ha coltivato per la Souza Cruz fino al 2000 e ritiene che i pesticidi che la compagnia gli vendeva lo abbiano reso inabile al lavoro in modo permanente. Soffre di una grave forma di depressione e di sintomi simili a quelli tipici della «sindrome da affaticamento cronico». La compagnia nega ogni addebito dicendo che il coltivatore non è un dipendente e che aveva ricevuto abiti protettivi e adeguate istruzioni per l'uso. La storia di José Wanderlei appare nel recente rapporto dell'organizzazione Christian aid «Hooked tobacco», che solleva gravi preoccupazioni sulla salute dei coltivatori della Souza nel Brasile meridionale. Per soprammercato, il rapporto accusa la Bta di non pagare prezzi decenti ai coltivatori brasiliani e di non rispettare gli standard di «responsabilità sociale» che si è data. Le lamentele raccolte sono molte. Souza Cruz guadagna anche dal vendere pesticidi agli agricoltori, ma non fa nulla per minimizzare la nocività nell'uso. Inoltre, pur speculando anche sui crediti (che ottiene a nome dei coltivatori dal governo brasiliano), e obbligando a contratti di esclusiva, poi paga prezzi così bassi che i coltivatori non possono nemmeno permettersi di impiegare altro personale per il tempo della raccolta. Reclutando quindi gratis tutti i membri della famiglia, bambini compresi, per un lavoro a contatto con pesticidi. «British american tobacco si ritiene una multinazionale dotata di senso di responsabilità, ma permette alla sia sussidiaria brasiliana di fare quel che vuole, e questo è inaccettabile», così conclude Christian aid. Non è certo la prima campagna del genere. Da quasi un decennio singole multinazionali sono nell'occhio del ciclone. La Nike è stata forse fra le più bersagliate. Con quale risultato? «Lavaggio dell'immagine» e poco più, secondo Sharon Beder su The Ecologist (vol. 32, n. 3, aprile 2002). Dopo anni di critiche socioambientali, Nike continua a spendere in pubblicità migliaia di volte più che in progetti sociali a beneficio dei 550 mila lavoratori impiegati in 700 fabbriche in subappalto, situate soprattutto in Asia. Per reclamizzare le scarpe, l'atleta di basket Michael Jordan continua a ricevere ogni anno 35.000 volte più denaro del lavoratore vietnamita che quelle scarpe confeziona. Come i suoi compagni di lavoro, egli è pagato la metà di quanto pagano altre compagnie, e del resto rispettare il codice di condotta volontario della Nike è molto facile per i fornitori: bastano 20 centesimi di dollaro all'ora. Nike si fregia dal 1999 dell'adesione al Global compact, una partnership fra Onu e transnazionali basata su un codice - sempre non vincolante - di nove principi relativi ai diritti umani. Un'altra bella trovata, secondo Sharon Beder, per continuare come prima, in più fregiandosi del bollino onusiano. Peccato che all'operazione lavaimmagine abbiano partecipato anche organismi non governativi fra cui la Confederazione internazionale dei sindacati liberi (Icftu), a cui aderisce la triplice italiana). «Il problema è che non dovremmo dipendere dalle mosse illuminate dei direttori di transnazionali per assicurare il rispetto dei diritti umani e dell'ambiente», scrive Beder, autrice di Global Spin: the Corporate Assault on Environmentalism. «Ecco perché i gruppi che si concentrano sul boicottaggio da parte dei consumatori, sull'attivismo degli azionisti d'impresa e sul partenariato con le imprese sono in grado di ispirare solo riforme superficiali e non cambiamenti di fondo». I quali verranno solo da un maggior potere da parte delle organizzazioni di base dei lavoratori; ed è questo che va sostenuto, conclude l'autrice.fine
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da "il manifesto" del 25 Gennaio 2008
Contro l'epidemia del tabacco in Nigeria
In Nigeria il principale produttore e venditore di sigarette è la British American Tobacco (Bat) Nigeria, con il 75 per cento del mercato. In Italia la sua consorella, Bat Italia appunto, con una quota di mercato del 27 per cento e un portafoglio di oltre 30 marche, è nata quando la multinazionale madre ha vinto - nel 2003 - l'asta legata alla privatizzazione dell'Ente tabacchi. La Bat Nigeria e la sua multinazionale di riferimento sono sotto processo alla Corte federale di Abuja, insieme alle «colleghe» International Tobacco Limited E Philip Morris International. l'accusa è aver indirizzato pubblicità ai giovani e giovanissimi. Una prima decisione è attesa per marzo. Autori della denuncia il governo nigeriano e il gruppo della società civile Environmental Rights Action, l'affiliata nigeriana di Friends of the Earth. Scopo dell'azione giudiziaria è porre un freno alla dipendenza da tabacco, dato il gran numero di fumatori minorenni in quel paese dell'Africa occidentale. Il governo chiede anche alle compagnie ben 44 miliardi di dollari di risarcimento danni.
I pacchetti di sigarette recano la preoccupante avvertenza: «Il Ministero federale della salute avverte che i fumatori possono morire giovani». Ma visto che già fuma il 18 per cento dei minorenni, il messaggio non sembra dare grandi effetti, dicono anche gli attivisti della Nigeria Tobacco Control Alliance (Ntca). L'analfabetismo locale si mescola con il fatalismo internazionale legato al fumo di sigaretta; ad esempio, il diciassettenne Taju Olaide che non sa leggere dice a un reporter «non mi interessa la scatola ma quel che c'è dentro», e un altro ragazzo, Uche Okeke dice che ha letto, ma non si preoccupa «perché conosco molte persone anziane che fumano eppure sono vive». I giovani sono un mercato fenomenale in Nigeria: sui 135 milioni di abitanti, oltre il 40 per cento ha meno di 14 anni.
Il governo nigeriano ha seguito il cammino aperto dai 46 stati degli Usa che nel 1998 trascinarono in giudizio le compagnie del tabacco per recuperare il denaro speso a curare le malattie da fumo. Quattro multinazionali pattuirono un rimborso stratosferico e smisero di fare pubblicità mirate a sedurre i giovani. In seguito i tribunali statunitensi e non solo hanno riconosciuto risarcimenti ingenti a favore di fumatori attivi o passivi ammalatisi o morti a causa del fumo.
Il governo nigeriano sostiene che la richiesta di denaro si riferisce ai costi sanitari non solo presenti ma anche futuri relativi alle malattie da fumo: dato il grande numero di fumatori in giovane età e il fatto che i danni possono manifestarsi anche in capo a 20 anni, si teme una vera epidemia da qui a qualche tempo. E i fumatori sono anche persone povere, che non potranno pagarsi le cure e dipenderanno dalle cure pubbliche. Se queste ci saranno o no è tutto da vedere.
Le aziende si difendono e negano l'addebito, dichiarando di sostenere leggi e regolamenti che vietino l'acquisto di sigarette ai minori, e multe a chi non rispetta. La Bat nel 2003 ha condotto una campagna di prevenzione distribuendo a 250mila venditori degli stickers che dichiaravano «qui non si vendono sigarette ai minori». Parole, immagine, sostengono gli attivisti della Ntca: tutti i venditori servono tranquillamente anche i ragazzi. E poi le compagnie sponsorizzano gare varie con premi, spettacoli e party. La Ntca chiede anche che le avvertenze coprano almeno un terzo della superficie dei pacchetti, e che, come in Thailandia, Brasile e Canada, si aggiungano foto crude centrate sul cancro. L'enorme e recente diffusione della sigaretta-dipendenza presso popolazioni a basso reddito non provoca solo problemi sanitari ai fumatori e alle casse pubbliche. Intanto, sottrae al bilancio familiare porzioni di reddito, né si può trascurare l'impatto sui suoli e sulle acque (la coltura richiede molti pesticidi, insetticidi ed erbicidi) e sui lavoratori - non di rado bambini - di una filiera ricca di nocività, che la cui riconversione sarebbe più che auspicabile.
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da "D di Repubblica" marzo 2005
Business in fumo
DOPO I DIVIETI Le multinazionali che hanno perso molto denaro oggi puntano ai mercati asiatici. Ma intanto gli Stati risparmiano sui costi sociali
Dopo l'entrata in vigore, il 10 gennaio, della legge per la protezione dei non fumatori e della salute, gli oltre cento miliardi di sigarette consumati ogni anno in Italia sono destinati a dimezzarsi? Ecco i dati delle associazioni di categoria. Il 4 febbraio Assotabaccai-Confesercenti (700 soci su 58 mila tabaccherie) ha comunicato che le vendite si erano già ridotte del 19,3%; ogni fumatore, in gennaio, avrebbe comprato sei pacchetti in meno. Ma la Federazione italiana tabaccai (Fit) Confcommercio, ben più rappresentativa, parla di un calo di vendite in gennaio dell'11%. Dato importante, non c'è stato danno economico per i tabaccai, ma il contrario, perché sono cresciute le tariffe; nessun calo nemmeno per l'erario. Uno studio recente dell'istituto di ricerca Ref rende noto che, nel 2004, sono stati venduti 130 milioni di pacchetti da 20 pezzi (oltre il 2% del totale) in meno rispetto all'anno prima. Del resto, secondo Fit e Istituto superiore di sanità (Iss), nel 2003 erano andati in fumo 65 milioni di pacchetti in meno del 2002. Secondo un'indagine della Doxa commissionata dall'Iss, nel 2003 fumava il 26,2% degli adulti, contro il 27,6% del 2002. E, allora, le leggi di oggi erano disattese. Respiro mondiale Anche all'estero i fumatori hanno vita dura. In Irlanda il divieto nei luoghi pubblici, unito ai forti aumenti dei prezzi introdotti l'anno scorso, ha fatto scendere le vendite di alcuni punti percentuali, mentre il consumo dei farmaci antifumo è cresciuto del 23% (da noi, il numero verde dell'Iss, 800.554.088 - dal lunedì al venerdì, dalle 10 alle 16 - aiuta a smettere, indirizzando a 150 centri pubblici e indicando le tecniche adottabili, anche senza farmaci). In California, norme rigorose hanno ridotto di un 15% il numero dei fumatori. Nel 1988, uno studio di mercato condotto dalla Imperial Tobacco in Canada già sottolineava i pericoli per il fatturato insiti nella possibilità che il fumo passivo diventasse un problema normativo. Ecco perché, ha denunciato la rivista medica inglese Lancet, la Philip Morris tenne nascosti a lungo gli studi condotti dal 1982 in un laboratorio segreto: mostravano la dannosità anche delle "bionde" altrui. Sulla base di documenti desecretati delle multinazionali, la rivista rivela inoltre che le majors hanno finanziato ricercatori per screditare gli studi che provavano una relazione diretta fra fumo e cancro. Un affare di Stato Non tutti i fumatori approfitteranno della nuova legge per smettere. Polemizza una di loro: "Perché lo Stato non proibisce direttamente la vendita? Qui continueremo a fumare: è un ufficio privato, ci siamo messi d'accordo", finché un vigile non spiegherà, a lei e ai colleghi, che questa autoderoga è fuorilegge. Da molti anni la normativa di igiene del lavoro, in particolare il decreto legislativo 626 del 1994, impone al datore un obbligo, perfino penale, di tutelare la salute dei dipendenti. Eppure spesso queste norme non erano rispettate nemmeno negli uffici pubblici. La legge del 10 gennaio in apparenza sembra escludere i luoghi chiusi "privati non aperti a utenti o al pubblico". In realtà, come affermano l'Accordo della Conferenza Stato-Regioni del 16 dicembre scorso e la circolare ministeriale applicativa del 17, i dipendenti vanno parificati agli utenti nei locali dove svolgono l'attività. Dunque, se qualcuno accampa un diritto a fumare perché l'ufficio è privato, ci si potrà rivolgere a chi, in azienda, è responsabile del rispetto della legge, invitandolo a chiedere lumi al numero verde del ministero della Salute (800.571.661). Oppure a un vigile. Qualcuno è ancora convinto che le sigarette siano prodotte dai monopoli di Stato: non più dal 2003, quando la multinazionale britannica British American Tobacco (Bat) ha acquisito l'Ente tabacchi italiano (Eti), ex statale, all'epoca già privatizzato. Resta il fatto, come chiarisce Edi Sommariva, direttore della Fipe (Federazione italiana pubblici esercizi) Confcommercio, che: "Lo Stato incassa il 75% del prezzo al pubblico delle sigarette; il 12% va al produttore, il 10% ai tabaccai e il resto in spese di distribuzione". Risponde Piergiorgio Zuccaro, responsabile dell'Osservatorio fumo, alcol, droga dell'Iss e paladino dei comportamenti salutari: "E su che cosa dovrebbe guadagnare lo Stato: sul pane? Non si può smettere di mangiarne; meglio tassare quello che è superfluo e dannoso come il tabacco". Anzi: l'aumento delle tasse è un buon metodo per ridurre il vizio e, al tempo stesso, mantenere gli introiti pubblici. Nel 2004, fra Iva e accise (tributi indiretti), l'erario ha incassato circa 11,5 miliardi di euro; 10,7 nel 2003. Con due limiti, spiega Zuccaro: l'equità (il fumo non può essere un lusso per soli ricchi) e soprattutto i prezzi europei, per ridurre il contrabbando. Mal di bilancio La sigaretta provoca tragedie umane (80 mila morti l'anno, in media, in Italia) ed emorragia di risorse pubbliche imputabile alle patologie. Il direttore dell'Oms Lee Jong-Wook ha dichiarato che, nei Paesi ad alto reddito, fino al 15% della spesa sanitaria ha a che fare con malattie legate al tabagismo, attivo e passivo. E in Italia, spiega Piergiorgio Zuccaro, "nel 1999 erano imputabili al fumo ben un milione 900 mila ricoveri ospedalieri, ovvero il 14,9% del totale, per una spesa di diecimila miliardi di lire, ossia l'8,3% della spesa sanitaria totale e lo 0,4% del prodotto interno lordo". Va aggiunto il danno inferto all'economia-Paese da milioni di giornate di lavoro perse e malattie da pagare. Il fumo fa malissimo anche ai bilanci, insomma. Un fiume di soldi pubblici in tutta Europa andava - e in qualche misura va tuttora, per effetto della Politica agricola comunitaria - a sostenere la coltura del tabacco, la più sovvenzionata di tutte. E ancora: fumare straniero, come fa la maggioranza degli italiani, contribuisce al deficit della bilancia dei pagamenti. L'effetto è compensato solo in parte dal fatto che l'Italia è il maggiore esportatore europeo di tabacco, oltre che primo produttore, con circa 125 mila tonnellate annue. Secondo il sindacato agricolo Coldiretti, 9.500 tabacchicoltori associati, le esportazioni ammontano, in media, a 55 mila tonnellate annue in forma lavorata (le sigarette made in Italy hanno invece scarso appeal mondiale). La pianta prende la strada di Europa, Usa, Giappone, Nord Africa. L'Italia cercherà di vendere di più all'estero, in una sorta di esportazione dei danni? O una riconversione è possibile, per chi coltiva la pianta e anche per gli operai della filiera? L'Ue ci sta provando: con diversi meccanismi, poco alla volta si incentiva la diversificazione produttiva. Il grande produttore scopre la qualità Ma cosa escogiteranno, contro il calo dei consumi, le multinazionali del settore? Nel nostro Paese, si dividono una torta da oltre 15 miliardi di euro. La Bat Italia detiene il 35% circa della quota di mercato interno, ed è ora l'unico produttore di sigarette sul suolo nostrano. Il 50-55% delle vendite va alla Philip Morris, filiale italiana della major Usa, con i suoi noti marchi, tutti importati. La Bat Italia spiega i piani per il futuro: "Nel 2004, in un regime di semiapplicazione della nuova norma (molti locali avevano anticipato l'entrata in vigore) c'è stato un calo dei consumi del 2-3%. Per arginare la prevista flessione, fra il 3 e il 5%, continueremo a fare ciò che abbiamo fatto fin dall'acquisizione dell'Eti: puntare sulla qualità e italianità dei prodotti, per sottrarre quote di mercato ai concorrenti". Parole simili dalla Philip Morris Italia: "Se la torta si restringe, per averne una fetta maggiore bisogna puntare sulla qualità del prodotto, su un consumatore adulto, informato e più consapevole". Ma ci deve essere qualcos'altro rispetto a questa gentile erosione reciproca. Aumentare i prezzi? Sbagliatissimo: secondo l'Oms, questo ha un effetto deterrente assicurato, soprattutto sui giovani (meno 5% di vendite con un aumento del prezzo del 10%). O nel caso di Altria, che comprende Philip Morris e Kraft, aumentare le vendite di alimentari? Per carità, dicono, teniamo i due settori separati (come diavolo e acqua santa?). L'amministratore unico della Philip Morris Italia, Marco Terribilini, ha spiegato su cosa punterà: nuove, "rivoluzionarie" sigarette a basso tasso di catrame. Qualcosa di diverso, stando alle descrizioni, rispetto alle light, che sono uno dei motivi per cui l'azienda, con altre, è sotto processo negli Usa: la definizione di "sigarette meno nocive per la salute" era ingannevole, a essa non corrispondeva una effettiva riduzione dei rischi. Adesso la società sta investendo milioni di dollari in ricerca per una sigaretta con un sistema di combustione meno dannoso e a temperature più basse, basato su bocchini elettrici e filtri più efficaci. Alla conquista dell'Asia Per alcune aziende, la soluzione si trova in Asia. Nella sola Cina si fumano ogni anno 1.700 miliardi di sigarette; basta sostituire una parte delle locali con quelle delle multinazionali, e il fatturato è fatto. Il sito della Bat riporta un illuminante scambio di domanda e risposta: "Pensate di sfruttare i Paesi in via di sviluppo per compensare il declino delle vendite in Occidente?". "Certo, i mercati emergenti per noi sono un'opportunità, perché quando un'economia si sviluppa, sale la domanda di prodotti di qualità internazionale. Del resto le sigarette sono legali in tutto il mondo (tranne in Bhutan, ndr) e, secondo varie ricerche, anche in Stati come Ciad o Bangladesh la gran parte dei fumatori è consapevole dei rischi sanitari. Da tempo si fuma in quei Paesi; noi semplicemente soddisfiamo la domanda di una gamma più ampia di scelte". Il rapporto dell'Oms The tobacco industry in Asia, basato su documenti interni delle multinazionali desecretati, rivela che l'approccio non è affatto soft: la politica nel Sud del mondo è stata davvero molto aggressiva, anche verso i giovani. Non rimane che sperare nella resistenza di consumatori e governi. La nuova strategia delle majors è la collaborazione con i monopoli e le compagnie locali; ma la Convenzione quadro internazionale per il controllo del tabacco (Fctc) avanza e fa adepti. Entrata in vigore il 27 febbraio 2005, promossa dall'Oms, la Convenzione è stata adottata nel maggio 2003 con la firma di 168 Stati. In 51 l'hanno già ratificata; tra di essi non c'è l'Italia, nonostante le nostre leggi siano avanzate e rispondano pienamente ai dettami del testo. "Ma il testo", dice Roberto Bertollini, direttore dell'Ufficio ambiente e salute Oms Europa, "è soprattutto una vittoria "per" e "dei" Paesi in via di sviluppo: è la risposta a una politica globale di penetrazione commerciale da parte delle multinazionali. Impegna gli Stati a proteggere i non fumatori sui luoghi di lavoro e pubblici, a vietare la pubblicità delle sigarette, ad aumentare le tasse sul prodotto, a porre avvertenze sanitarie sui pacchetti, a proibire l'uso di termini ingannevoli (light e mild)". Hanno già ratificato, oltre a vari Paesi ricchi, Cina, India, Mongolia, Myanmar, Bangladesh, Pakistan, Sri Lanka, Giordania, Messico, Perú. E ovviamente il Bhutan: primo e finora unico Paese smoke-free al mondo, che vieta anche la vendita di tabacco.
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Cris



